LA RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE

STATO, DIRITTO,COSTITUZIONALE,PUBBLICO,DISPENSA,COMPENDIO,ESAME,UNIVERSIRARIO(Gli ordinamenti regionali e locali)

La legge costituzionale del 17/10/2001 modificando il titolo V della

Costituzione, ha introdotto importanti cambiamenti in direzione di un

marcato decentramento.

La prima novità è quella di riconoscere la distinzione tra Repubblica e

Stato, ponendo quest’ultimo sullo stesso piano dal punto di vista

istituzionale, di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni (il

precedente testo si limitava a prevedere una ripartizione dello Stato-

Repubblica in Regioni, Province e Comuni). La riformulazione del 1°

comma dell’art. 114 Cost, evidenzia il rilevante ruolo riconosciuto al

Comune in quanto ente di base, il più vicino ai cittadini, chiamato in via

primaria a soddisfare i loro interessi, nel rispetto del principio di

sussidiarietà. Il 2° comma invece sancisce l’autonomia statutaria di questi

enti, nonché i poteri e le funzioni direttamente fissati dalla Costituzione.

Sostanzialmente immutato è l’art. 116 Cost, a cui la legge costituzionale

introduce al 3° comma la possibilità di concedere alle Regioni a statuto

ordinario, attraverso la legge dello Stato, quelle forme e condizioni

particolari di autonomia, proprie delle Regioni a statuto speciale. Tale

disposizione si riferisce alle materie espressamente individuate ai commi 2

e 3 dell’art. 117 ovvero quelle di competenza esclusiva dello Stato e di

competenza concorrente Stato-Regione.

Intervento significativo della riforma è rappresentato dalla nuova

formulazione dell’art. 117 Cost, il quale disciplina la distinzione tra potestà

legislativa dello Stato e potestà legislativa delle Regioni.

La nuova formulazione ribalta completamente l’impostazione precedente

dove erano indicate tassativamente le materie nelle quali le Regioni

potevano legiferare in concorrenza con lo Stato, mentre in tutte le altre vi

era la potestà legislativa esclusiva dello Stato.

Ora invece sono elencate tassativamente le materie attribuite alla

legislazione esclusiva dello Stato (2° comma) e alla legislazione

concorrente Stato-Regione (3° comma), mentre si afferma il principio di

residualità per la potestà legislativa delle Regioni, ovvero spetta alle

Regioni la potestà legislativa in quelle materie non espressamente riservate

alla legislazione Statale.

Sono attribuite esclusivamente allo Stato tutte quelle funzioni attinenti ai

rapporti internazionali, i diritti fondamentali delle persone,

l’organizzazione dello Stato, e infine tutte quelle che necessitano una

regolamentazione a livello unitario su tutto il territorio nazionale.

Per quanto riguarda la potestà regolamentare (6° comma) viene cosi

attribuita:

·  allo Stato, nelle materie in cui ha potestà legislativa esclusiva, salva

delega alle Regioni,

·  alle Regioni, nelle materie concorrenti ed in quelle esclusivamente

riconosciute di competenza regionale,

·  agli enti locali in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello

svolgimento delle funzioni a loro attribuite.

Innovato rispetto alla vecchia formulazione risulta anche l’art. 118, in tema

di funzioni amministrative. Mentre il testo precedente attribuiva alle

Regioni o allo Stato le funzioni amministrative in materie in cui gli stessi

avevano l’esercizio della potestà legislativa, secondo il principio del

parallelismo, la nuova disciplina le conferisce di norma ai Comuni salvo

che per assicurarne l’esercizio unitario siano conferite a Province, Città

metropolitane, Regioni e Stato sulla base del principio di sussidiarietà.

L’art. 118 afferma cosi il principio di sussidiarietà verticale, in base al

quale ogni funzione pubblica deve essere esercitata a livello territoriale più

vicino ai cittadini, se l’interesse travalica per esempio il territorio

comunale, la funzione andrà esercitata a livello provinciale, se travalica

anche a quello provinciale andrà esercitata a livello regionale o a livello

statale. Lo stesso articolo richiama anche il principio di sussidiarietà

orizzontale favorendo l’autonoma iniziativa dei privati (singoli o associati)

per lo svolgimento di attività di interesse generale. In sostanza la riforma

costituzionale ha portato a sostituire il criterio del c.d parallelismo delle

funzioni con il principio della sussidiarietà.

Con l’art. 119 non soltanto le Regioni, ma anche i Comuni, le Province e le

Città metropolitane, si vedono riconosciute l’autonomia finanziaria.

Le risorse delle regioni ma anche degli enti locali sono così di triplice

origine:

§ autonome, in quanto gli è riconosciuto la possibilità di stabilire

propri tributi ed entrate,

§ da un fondo perequativo, in modo da garantire risorse aggiuntive

agli enti la cui capacità fiscale pro capite è più bassa,

§ dai trasferimenti aggiuntivi da parte dello Stato ma con vincolo di

destinazione.

Tutto ciò si basa sul c.d. criterio del parallelismo fra funzione e risorse,

volto ad evitare che lo Stato devolva agli enti funzioni aggiuntive senza che

esse siano accompagnati da adeguate risorse necessarie per il loro esercizio.

L’articolo si chiude con una regola volta a prevenire gli sprechi e a

contenere la spesa delle autonomie locali, “gli enti non possono indebitarsi

se non per finanziare investimenti” non per spese correnti (come quelle del

personale). E sui prestiti è espressamente esclusa la garanzia dello Stato,

quindi la capacità di approvvigionamento sui mercati finanziari dipenderà

solo dalla credibilità di ciascun singolo ente.

L’art. 120 ribadisce il divieto per le Regioni di introdurre dazi nei

confronti delle altre Regioni o adottare misure che ostacolino la libera

circolazione delle persone o delle cose o volte a limitare l’esercizio del

diritto del lavoro. Inoltre lo stesso articolo affida al Governo un potere di

intervento sostitutivo nei confronti della Regione e degli altri enti locali,

qualora essi si rendano inadempienti di fronte alle norme internazionali o

comunitarie oppure in caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza

pubblica.

In base all’art. 123 ciascuna Regione ha uno statuto che in armonia con la

Costituzione ne determina la forma di governo e i principi fondamentali di

organizzazione e funzionamento.

Lo statuto è approvato e modificato dal Consiglio regionale a maggioranza

assoluta dei suoi componenti, con due deliberazioni successive

(procedimento aggravato), quindi lo statuto non è più approvato dal

Parlamento ma solo dal consiglio regionale. Il Governo può impugnarlo

davanti alla Corte Costituzionale per questione di legittimità costituzionale

entro 30 giorni dalla pubblicazione.

Lo statuto è sottoposto a referendum popolare qualora entro 3 mesi dalla

sua pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori o un

quinto dei componenti del consiglio regionale, lo statuto sottoposto a

referendum non è promulgato se non è approvato dalla maggioranza dei

voti validi (c’è il quorum funzionale ma non quello strutturale).

Mentre gli statuti speciali sono adottati con legge costituzionale, ciò fa si

che gli statuti delle regioni speciali possono anche derogare al quadro

generale fissato dalla Costituzione ( mentre non è cosi per gli statuti delle

regioni ordinarie).

Ne deriva che tali regioni prevedono:

·  competenza in un numero di materie più ampio di quello previsto per

le regioni ordinarie

·  in alcune materie una competenza esclusiva,

·  e un ampia autonomia finanziaria.

Sono organi della Regione:

·  il Consiglio regionale, che esercita la potestà legislativa attribuita

alla Regione (potere legislativo);

·  la Giunta, che è l’organo esecutivo;

·  il Presidente, che rappresenta il vertice dell’esecutivo, infatti oltre

alle sue funzioni di rappresentanza esterna è anche colui che dirige la

politica della giunta e ne è responsabile.

La Costituzione prevede per il presidente della Regione l’elezione a

suffragio universale diretto, nonché l’importante potere di nomina e

revoca dei membri della giunta.

Lo stesso statuto può prevedere casi di ineleggibilità e incompatibilità dei

componenti della giunta e dei consiglieri regionali.

E’ previsto inoltre il potere di scioglimento del consiglio regionale e di

rimozione del presidente nel caso compiano atti contrari alla Costituzione

o gravi violazioni di legge. Lo scioglimento è disposto con decreto dal

Presidente della Repubblica previa deliberazione del Consiglio dei Ministri.

Il nuovo art. 127 ha inoltre sostituito il c.d visto governativo sulla

legislazione regionale (cioè si sottoponevano gli atti amministrativi

regionali a controllo di legittimità da parte di un organo dello Stato), ora il

Governo può intervenire solo nel caso in cui ritenga che la legge regionale

vada al di là delle competenze della regione. Viceversa la Regione può

agire solo se la legge dello Stato o di altra Regione invada la propria

competenza, promovendo una questione di legittimità costituzionale

dinanzi alla Corte.

Infine l’art 132 e 133 Cost. disciplinano le modalità di creazione di nuove

Regioni, Province e Comuni, la distinzione sta nella natura delle legge che

dispone la istituzione del nuovo ente, ovvero per la Regione è necessaria

una legge costituzionale, per la Provincia una legge ordinaria e per il

Comune una legge regionale.

LA DEVOLUTION DI BOSSI (in sintesi)

Con il progetto Bossi, le Regioni acquisterebbero competenze esclusive in

materia di sanità, istruzione e polizia locale. Dopo la riforma

costituzionale del titolo V del 2001, le Regioni hanno già competenza

concorrente su sanità e istruzione ma nulla in termini di politica locale che

secondo il ministro Castelli sarebbe una nuova forza di polizia che

dovrebbe occuparsi dei reati minori.

LA RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONEultima modifica: 2011-11-30T11:29:00+00:00da meneziade
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