CAPITOLO XVI – LA CAUSA DEL CONTRATTO

accordo3.jpgLa causa è – con l’accordo, l’oggetto e la forma per la validità – uno dei requisiti del contratto (1325 n.2), perciò la sua mancanza determina nullità del contratto (1418.2: producono nullità del contratto la mancanza di uno dei requisiti indicati dall’articolo 1325, l’illiceità della causa, la illiceità dei motivi nel caso indicato dall’articolo 1345 e la mancanza nell’oggetto dei requisiti stabiliti dall’articolo 1346.).

La causa è la ragione giustificativa del contratto, la sua ratio, l’elemento che lo spiega razionalmente.

Nell’evoluzione storica il principio della causa non ha sempre avuto il medesimo significato e valore.

Storicamente, il problema della causa s’è posto come problema di sapere se un nudo patto od una nuda promessa – cioè la nuda manifestazione della volontà d’impegnarsi legalmente – siano sufficienti a creare l’impegno legale.

Secondo il diritto romano classico vale il principio che il nudo patto non genera obbligazione: ma “nudo” significa non rivestito delle formalità o non corrispondente agli schemi tipici cui i contratti dovevano conformarsi per ottenere il riconoscimento del diritto.

Secondo Grozio (Huigh de Groot, 1583-1645), una promessa, anche se fatta senza causa, è vincolante per natura.

La svalutazione della causa, propria del giusnaturalismo estremo, viene superata nei successivi sviluppi del pensiero giuridico europeo-continentale, che vedono protagonisti Jean Domat (1635-1696) e Robert-Joseph Pothier (1699-1772).

Per i grandi progenitori del code Napoléon, il nudo patto non basta a creare l’impegno legale.

Questo deve avere un distinto fondement: s’afferma così il principio causalista: quello per cui l’attribuzione di un diritto e l’assunzione di un obbligo non sono ammissibili se non risultano giustificati da una causa.

Nel panorama delle teorie della causa, si distinguono dottrine soggettive e dottrine oggettive.

Le prime identificano la causa in un dato psicologico: causa sarebbe lo scopo che, oggetto di rappresentazione psichica della parte, spinge questa a prestare il consenso contrattuale.

Ma oggi le teorie soggettive non hanno seguito.

Domina la diversa impostazione per cui la causa va ricercata in qualche elemento obiettivo, esterno ed autonomo rispetto alle rappresentazioni mentali dei contraenti.

Le varie teorie oggettive della causa si presentano animate da differenti ispirazioni di fondo, in ragione delle quali le teorie possono qualificarsi: astratte o concrete; dirigistico-paternalistiche o liberali; analitiche od unitarie.

Il prototipo delle teorie astratte è la teoria – elaborata da Emilio Betti (1890-1968) – che definisce la causa come funzione economico-sociale tipica del contratto.

Alla stregua di essa, causa della compravendita è lo scambio fra cosa e prezzo.

Ma se la causa è la funzione tipica, laddove questa sia in generale approvata dal legislatore che nomina e regola il corrispondente tipo contrattuale, ne deriverebbe l’improponibile conseguenza che i contratti legalmente tipici hanno sempre, per definizione, causa lecita, e che la possibile illiceità della causa riguarda solo i contratti innominati.

Oggi si ritiene più aderente alle esigenze di una evoluta teoria e disciplina del contratto concepire la causa come causa concreta: non come ragione che astrattamente giustifica ogni contratto appartenente al tipo del contratto in esame, ma come ragione che concretamente giustifica il particolare contratto in esame.

“Concreto” non s’identifica con “soggettivo”: la concretezza può (e qui deve) declinarsi in termini di oggettività.

Il dibattito dottrinale sulla causa assume una dimensione ideologica quando affronta un punto, se la causa sia strumento di controllo sociale, o pubblico, dell’autonomia privata.

Che in una certa misura lo sia, è dato che scaturisce positivamente dalle norme.

Se per il 1418.2 è nullo il contratto che abbia causa illecita, ciò significa che il giudizio di riprovazione dell’ordinamento verso l’operazione di autonomia privata passa attraverso il concetto di causa.

Il punto sta nel vedere se l’ordinamento disapprovi non solo i contratti socialmente dannosi, ma anche i contratti socialmente indifferenti, come i c.d. contratti con causa futile: quelli che perseguono interessi puramente individuali.

Le diverse teorie della causa danno risposte diverse.

Per la teoria della causa come funzione economico-sociale la causa non esiste o non è approvata dall’ordinamento se non corrisponde ad una funzione di utilità sociale; la causa dei contratti nominati ha per definizione questa caratteristica; quanto ai contratti innominati, essi soddisfano il requisito causale se risultano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico (1322.2).

L’idea che il contratto privo di una positiva, specifica utilità sociale vada disapprovato e represso è un’idea illiberale.

La ragione giustificativa (causa) del contratto non è la sua funzione economico-sociale tipica, ma è la funzione od il senso che le parti gli assegnano nelle loro scelte di autonomia privata: in questa logica sono interessi meritevoli di tutela ex 1322.2 tutti quelli che l’ordinamento non disapprova come socialmente dannosi.

Il codice civile del 1865, sul modello del code Napoléon, parlava di causa del contratto e di causa dell’obbligazione.

Questo linguaggio sottintendeva una teoria analitica della causa: quella che riferisce la causa non al contratto unitariamente considerato, ma alle singole prestazioni contrattuali, considerate isolatamente.

Questa visione è superata dal codice vigente, in pro di una teoria unitaria della causa.

Non si parla più di causa dell’obbligazione, ma solo di causa del contratto.

L’obbligazione non ha propriamente una causa, ma un titolo; e se l’obbligazione è contrattuale il titolo è il contratto.

Rispetto ai contratti gratuiti, che esauriscono il loro oggetto nella prestazione di una sola parte, non è imperdonabile sovrapporre causa del contratto e causa dell’unica prestazione contrattuale.

Inoltre, c’è almeno un luogo in cui la stessa legge ancor oggi parla di “causa” non a proposito del contratto, ma di qualcos’altro: si allude alla norma sull’arricchimento “senza causa” o “senza giusta causa” (2041): essa riferisce la causa (o meglio, la mancanza di causa) ad un arricchimento che può derivare da una prestazione resa all’arricchito.

Si pone un problema di causa della prestazione arricchente, che non coincide col problema della causa del contratto che la prevede.

Un’altra zona in cui viene in gioco la causa della prestazione distinta rispetto alla causa del contratto, è la zona degli atti di adempimento (atti solutori).

L’atto di adempimento può essere un contratto, necessario o comunque idoneo ad adempiere una precedente obbligazione: la sua causa – causa solvendi – è la preesistente obbligazione.

Ma più spesso l’atto solutorio non è un contratto, bensì una mera prestazione: rispetto alla quale non sembra improprio chiedersi se sia sostenuto da un’adeguata causa solvendi.

Vi è un unico, fondamentale principio immanente al sistema: il principio di razionalità degli spostamenti di ricchezza, per cui nessuno spostamento patrimoniale può prodursi, e comunque tenersi fermo, se non sia sostenuto da un’adeguata ragione giustificativa.

In un contesto socio-culturale come il nostro, la prima ragione giustificativa degli spostamenti di ricchezza creati dal contratto è la reciprocità dei vantaggi e dei sacrifici giuridici che il contratto reca alle parti.

È quanto accade nei contratti di scambio, dove ciascuna parte attribuisce diritti od assume obblighi a favore dell’altra perché l’altra attribuisce diritti od assume obblighi a suo favore: prestazione e controprestazione si giustificano a vicenda; lo scambio fra esse giustifica il contratto, ne è la causa.

Vale lo stesso per quei contratti onerosi che non sono propriamente di scambio, perché la prestazione di una parte non è rivolta direttamente a favore dell’altra, in vista di una controprestazione che quest’ultima direttamente renda alla prima; bensì si dicono associativi, perché la prestazione di ciascuna parte concorre alla creazione ed al funzionamento di una struttura comune, che risponde all’interesse di tutte.

Ancorché mediata, questa correlazione di sacrifici e vantaggi è un’idonea ragione giustificativa del contratto.

contratto1.jpgUn discorso analogo può farsi per i contratti normativi, coi quali le parti vincolano reciprocamente modi e contenuti dei propri futuri contratti.

Vi sono contratti in cui manca la reciprocità di cui sopra, perché solo una parte sopporta sacrifici giuridici e solo l’altra ne riceve vantaggi giuridici: sono i contratti gratuiti.

Può esservi tuttavia un diverso tipo di scambio, che chiamiamo “empirico”: chi sopporta il sacrificio giuridico non ha in cambio alcun vantaggio giuridico, ma ne ha un vantaggio empirico, fattuale, apprezzabile sul piano economico.

Così, il socio che dà fideiussione per il debito della sua società verso la banca, o s’impegna a sottoscrivere un aumento di capitale, ha il vantaggio che la sua società possa aver credito bancario, o sia più adeguatamente capitalizzata.

Se viene data fideiussione onerosa, contro un corrispettivo per il fideiussore, il contratto ha una causa, che è lo scambio giuridico.

Ha una causa – lo scambio empirico – anche la fideiussione gratuita ma interessata, che il fideiussore dà per un proprio vantaggio fattuale.

Ma che dire della fideiussione gratuita e disinteressata?

Di sicuro la fideiussione è valida.

Qual è la causa?

È il rafforzamento del credito, attraverso la garanzia personale apprestata dalla fideiussione.

Oltre al rafforzamento del credito, un’altra buona ragione per giustificare un contratto che non abbia causa di scambio è la realizzazione del credito stesso: svolgono questa funzione i contratti solutori, come l’atto con cui il mandatario (ri)trasferisce senza corrispettivo il bene acquistato per il mandante (la sua causa è l’adempimento dell’obbligo di (ri)trasferimento a carico del mandatario).

Vi sono contratti che non realizzano alcuno scambio, né giuridico né empirico, e che non servono a garantire né a soddisfare crediti.

Qui però la causa non riesce a ravvisarsi in nessun elemento oggettivo.

Questi contratti sono sostenuti da un elemento potentemente soggettivo, che appartiene alla sfera interiore di chi s’impegna in modo gratuito e disinteressato, con inevitabili effetti d’indistinzione fra causa e volontà contrattuale, o di tautologia: essendo tautologiche le definizioni correnti, per cui causa della donazione è lo spirito di liberalità del donante, ovvero il suo animus donandi.

Il soggettivo interesse altruistico della parte è un elemento causalmente fragile, esso ha bisogno di elementi di sostegno; e di elementi massimamente oggettivi, per bilanciare la soggettività dell’elemento causale.

L’oggettività sta nella solennità, quando l’elemento di sostegno è la forma.

L’oggettività sta nella materialità, quando l’elemento di sostegno è la consegna della cosa: nei contratti reali gratuiti (mutuo, deposito, comodato) la debolezza della causa è compensata da un fatto al tempo stesso fortemente fisico e fortemente simbolico, quale la traditio.

La sua indispensabilità, per sostenere il contratto, ha come riflesso l’inammissibilità di varianti obbligatorie dei citati contratti, se gratuiti: laddove varianti consensuali possono ammettersi per i medesimi contratti, se onerosi.

Ci sono contratti che sono gratuiti, non recano nessun percepibile vantaggio empirico a chi s’impegna unilateralmente, non realizzano né rafforzano il preesistente credito del beneficiario, e sono validi senza forma solenne e senza consegna della cosa.

Bisogna individuare un elemento che, rinvigorendo una causa di per sé debole come quella rappresentata dal mero interesse soggettivo di chi s’impegna, le dia la forza di sostenere il contratto.

Tale elemento può essere costituito dalla circostanza che il contratto incida su un preesistente rapporto fra le parti.

Questo vale prima di tutto per le rinunce, totali o parziali, a diritti preesistenti.

È valida anche senza forma solenne la remissione, che pure arricchisce il debitore senza portare, in ipotesi, alcun vantaggio al creditore, perché le parti giungono al contratto non da estranee, ma essendo già legate fra loro da un rapporto su cui il contratto va ad incidere.

Al di fuori di un rapporto preesistente fra le parti, la ragione giustificativa di contratti gratuiti non altrimenti giustificati o causalmente rafforzati può stare solo nella tenuità delle conseguenze economico-giuridiche a carico di chi s’impegna: si pensi al mandato gratuito.

Se un impegno gratuito non riesce a giustificarsi nemmeno per questa via, la conclusione più probabile è che non sia materia di un contratto, e non valga come impegno giuridico.

Si pensi al trasporto: se è oneroso, è un contratto con causa di scambio giuridico; se è gratuito ma dà un vantaggio al vettore, è un contratto con causa di scambio empirico; se è gratuito e disinteressato, non è un contratto ma un mero atto di cortesia.

Il contratto è, prima di tutto, terreno di confronto e scontro di egoismi privati; ma il contratto è anche, infine, terreno d’incontro degli egoismi privati: le parti trovano un punto di equilibrio accettabile da entrambe delle iniziali posizioni antagoniste.

Il raggiungimento di questo punto di equilibrio è l’accordo delle parti, dunque è il contratto.

In questo modo accade che alcuni interessi individuali dell’una e dell’altra parte entrino nel contratto, mentre altri restano fuori del contratto.

Entrano nel contratto gli interessi delle parti che le parti abbiano espressamente preso in considerazione, dedicando ad essi una specifica regola del regolamento contrattuale.

Quando l’interesse della parte non è espressamente contemplato da una regola contrattuale compresa nell’accordo, può darsi che sia contemplato da una regola contrattuale stabilita dalla legge: ed anche in tal caso entra nel contratto.

Quando l’interesse della parte non è contemplato né dall’accordo contrattuale né da una specifica norma applicabile al contratto, viene in gioco la distinzione fra causa e motivi del contratto.

La causa del contratto comprende gli interessi della parte che il contratto deve assicurarle, perché formano la ragione giustificativa del contratto stesso.

Motivi sono invece gli interessi (bisogni, impulsi, fini) della parte, che restano fuori del contratto perché non fanno parte della sua ragione giustificativa.

Per questo sono irrilevanti, salvo che siano chiamati nel contratto dalla volontà delle parti: se nessuna condizione o clausola contrattuale li contempla, la loro frustrazione non incide sulla sorte del contratto.

Mentre la frustrazione degli interessi compresi nella causa suscita rimedi contrattuali, la frustrazione degli interessi che sono semplici motivi non suscita rimedi contrattuali.

La ragione dell’irrilevanza dei motivi di parte è la difesa della stabilità del contratto.

Il criterio non è se l’interesse della parte sia noto a controparte, e nemmeno se la parte che ne è portatrice l’abbia appositamente esternato all’altra.

Questo dato soggettivo può essere rilevante, ma da solo non è decisivo: deve esservi qualche altro dato che dia dimensione oggettiva all’interesse invocato dalla parte, ed al rilievo che esso ha per la posizione contrattuale della parte stessa.

Nelle motivazioni delle sentenze, la causa viene talora definita come lo scopo comune alle parti.

Motivo è lo scopo non comune alle parti, ma individuale di una di esse.

I motivi sono una variabile dipendente dalla causa: l’area di essi si disegna in via residuale, per differenza dall’area della causa.

Il principio dell’irrilevanza dei motivi conosce alcune deroghe: queste riguardano il motivo illecito nella donazione e nei contratti diversi dalla donazione; il motivo erroneo nella donazione.

CAPITOLO XVI – LA CAUSA DEL CONTRATTOultima modifica: 2010-06-11T20:34:00+00:00da meneziade
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